Tra il 2024 e il 2025, è nato un movimento guidato da giovani della Generazione Z e Alpha, con lo scopo di contrastare la dipendenza dai social media e l’impatto negativo sulla loro salute mentale.
Il loro grido ha un nome, ‘Time To Refuse’, che esprime anche il rifiuto di essere controllati dagli algoritmi. Ma quali proposte sono state fatte per il cambio di rotta e cosa ci dice questo fenomeno con la realtà in cui viviamo?
Guidati dal Gen Z Team, che rappresenta la generazione nata tra il 1996 e il 2012,Time To Refuse è un movimento di “cancellazione di massa” di app e piattaforme che frammentano l’attenzione dei giovani e il loro spirito critico. Chi ha stampato sui propri documenti un anno di nascita in questo arco temporale è stato identificato come componente della iGen. Jean M. Twenge ha rinominato i Generation la più conosciuta Generazione Z e l’ha fatto traendo spunto da un prefisso che tutti conoscono: la “i” che introduce i celebri dispositivi Apple che hanno spopolato in tutto il mondo. L’iPhone è il simbolo degli smartphone, il più ambito tra i giovani e quello più “di moda”. Il fondamento di questo riferimento è semplice: chi appartiene a questa generazione è iperconnesso. Per chi è cresciuto in quegli anni e per chi è nato nella generazione successiva, il dispositivo è diventato prolungamento della mano, ma adesso sembra delinearsi una tendenza al diniego della connessione continua e del sovraccarico digitale.
In sintesi:
La crescita in simbiosi con l’online
L’appello
La difficile regolamentazione della verifica dell’età per l’apertura di account: i posizionamenti internazionali, UE e nazionali
Prospettive di cambiamento: una versione migliore dell’Internet
Una visione differente
Essere nati tra il 1996 e il 2012 significa aver vissuto il proprio sviluppo di crescita in contatto con Internet, partendo dall’infanzia, passando per l’adolescenza, fino alla giovane età adulta. Questa proiezione in rete ha generato effetti significativi sui processi di socializzazione, sulle modalità di articolazione delle relazioni interpersonali e su aspetti cognitivi e mnemonici di bambine e bambini. Più nello specifico, si tratta di un fenomeno controverso, complesso ed enigmatico.
Un aspetto centrale nel dibattito contemporaneo riguarda l’impatto psicologico e l’influenza dei social media sui giovani. Oggi appare sempre più evidente come le piattaforme digitali e gli Internet Service Provider orientino le proprie strategie verso la promozione di servizi e dinamiche capaci di massimizzare il coinvolgimento degli utenti, anche quando ciò comporta effetti critici sul piano cognitivo ed emotivo. Tra le conseguenze più discusse emergono l’abbassamento della soglia di attenzione, la fragilità dell’autostima, l’alterazione dell’umore e la diffusione di visioni stereotipate che rischiano di indebolire il pensiero critico.
Un esempio significativo è rappresentato dal problema della violenza di genere online, alimentata anche dalla facile accessibilità a contenuti pornografici violenti, la cui diffusione tra gli adolescenti è oggetto di numerosi studi e pubblicazioni recenti. Tali dinamiche non sono casuali, ma si inseriscono in un modello economico ben definito: incremento delle inserzioni pubblicitarie, aumento del tempo di permanenza sulle piattaforme, polarizzazione dei contenuti e delle opinioni. Obiettivi che raramente coincidono con una reale promozione dell’informazione di qualità.
A ciò si aggiungono le difficoltà nel contrastare in concreto i fenomeni di esposizione precoce alla violenza, il grooming e la pedopornografia online, aggravate da lacune normative e dall’assenza di strumenti realmente efficaci per affrontare problemi strutturali. Non sembra esistere, allo stato attuale, una strategia organica e condivisa capace di costruire nei più giovani una consapevolezza solida e duratura sugli effetti di un utilizzo non critico della rete. Se, ad oggi, alcuni adolescenti e giovani adulti iniziano a riconoscere il peso di un’esposizione prolungata e non mediata al mondo digitale, le generazioni più giovani appaiono spesso ancora più immerse in una dimensione in cui lo smartphone diventa un’estensione naturale del proprio corpo.
Gli effetti di questa condizione si manifestano pienamente nel tempo, ponendo interrogativi rilevanti sul benessere psicologico e sulla prospettiva sociale delle generazioni future.
Tra il 2010 e il 2015 alcune tendenze hanno sembrato avvalorare tesi che ponevano in relazione un’elevata screen activity con l’insorgere di stati depressivi e livelli inferiori di felicità, oltre che il terrore della perdita di connessione con il mondo online, altrimenti detta FOMO (fear of missing out). Il centro sembra essere quello di perdersi gli avvenimenti virtuali, anche se questo, nei fatti, può condurre a disconnettersi dal mondo tangibile e reale, costruito da interazioni e percezioni. E da qui, quello che Goleman chiama l’analfabetismo “emotivo”, che consistente in una serie di mancanze di consapevolezza relative alla gestione delle emozioni e delle capacità relazionali nei rapporti interpersonali.
Allora, indagare questi aspetti, da cui discendono imperativi con rilevantissimi risvolti pratici nel panorama attuale e futuro, è essenziale anche per delineare linee guida per la componente genitoriale, nella gestione del tempo di utilizzo di dispositivi e app, più generalmente inteso come screen time. A tal proposito, The American Academy of Pediatrics raccomanda alle famiglie di sviluppare un piano individualizzato relativo ai media, che possa guidare verso l’incremento di abitudini di utilizzo sane e consapevoli. Questo può di certo essere supportato da una comunicazione genitori-figli costante e di qualità. Tuttavia, resta potenzialmente problematica la risposta alla domanda che indaga se la componente genitoriale abbia, ad oggi, gli strumenti adeguati per procedere in questa direzione.
Lo scorso 10 ottobre, la ribellione ai grandi delle Big Tech si è concretizzata a Tompkins Square Park a Manhattan con il cosiddetto NYC DELETE DAY organizzato da Time To Refuse. In quella sede i partecipanti sono usciti dalle dinamiche delle piattaforme social, come Instagram, TikTok, Snapchat, X e anche app come Hinge o Spotify, cancellando i propri profili, poiché “ne avevano abbastanza”.
Il messaggio e la sollecitazione sono evidenti. Cercare di limitare l’uso di un’app progettata per essere persuasiva non basta a migliorare una realtà sempre più segnata dalla dipendenza dalla tecnologia e dalla sovrabbondanza di contenuti mediatici. Non è sufficiente ridurre il tempo trascorso davanti ad algoritmi che sfruttano l’attenzione degli utenti, a contenuti generati dall’IA di scarsa qualità o a pubblicità invasive. Quando le piattaforme sono costruite fin dall’inizio con l’obiettivo di estrarre dati, tempo e attenzione dagli utenti, nemmeno un utilizzo più consapevole o intenzionale è davvero sufficiente a risolvere il problema.
L’intento è quello di portare la propria attenzione altrove reclamando la propria vita reale indipendente, combattendo il doom scrolling e perseguendo quella che è stata chiamata “appstinenza”. Per fare ciò la soluzione più efficace è un abbandono su larga scala; alcuni dicono per “scegliere la propria pace”, altri per essere “un esempio per i propri studenti e figlie/i”, o ancora per “reclamare la propria umanità e resistere al controllo degli oligarchi tech”. Il rifiuto riguarda il controllo, l’esposizione agli obiettivi di profitto senza tutele per gli utenti e una realtà costruita sul codice algoritmico. L’accusa è verso le piattaforme che, per i membri di questo movimento e in linea con diversi studi, hanno manipolato l’infanzia e modificato l’esistenza.
Spesso a chi appartiene alle generazioni Z e Alpha si recrimina la dipendenza dai cosiddetti “Social”, ma è necessario e doveroso definire cosa siano queste piattaforme e che normative e regole le caratterizzino. La letteratura insegna che i social media e i social network sono due categorie differenti, anche se spesso utilizzati nel gergo comune come termini sinonimi.
I social media sono piattaforme online che costituiscono strumenti di comunicazione digitale. Permettono agli utenti di interagire, creare e condividere contenuti. Alcuni esempi sono il conosciuto Instagram, YouTube e il tanto discusso TikTok. Diversamente, i social network sono un tipo specifico di social media, in cui reti sociali possono costruirsi e alimentarsi. Tra questi Facebook e LinkedIn, che permette lo sviluppo di un network professionale. Tuttavia, il confine tra queste due categorie è sfumato e la prima ingloba la seconda, anche se i social network precedono i social media, poiché connessi al concetto di rete sociale che è molto più risalente nel tempo rispetto all’avvento di Internet, applicandosi anche al mondo “analogico”. Ad esempio, Twitter rientra in entrambe le categorie, essendo sia piattaforma di microblogging che di connessione e interazione tra utenti. In generale, il fenomeno a cui si assiste è quello della produzione da parte degli utenti di UGC (User-generated content) nelle piattaforme. Questo è stato reso possibile nella cornice dello sviluppo dei social media e del web 2.0, in cui gli users diventano emittenti (YouTube è il primo esempio in cui diventa possibile creare contenuti in un broadcast). Si tratta di una innovazione rispetto ai media tradizionalmente intesi, ma questo meccanismo ha avuto una evoluzione tanto celere per cui è fondamentale interrogare la cogenza e rilevanza delle regolamentazioni in questo settore.
Rispetto a questa partecipazione attiva degli utenti sorge un problema direttamente correlato; la presenza e la tutela dei minorenni online. In questo, il diritto sembra alla rincorsa di una regolamentazione quanto più adeguata, anche se ad un’analisi attenta si pone l’inevitabile questione per la quale la celerità del diritto non può essere, ad oggi, paragonata a quella dell’evoluzione della tecnologia e delle dinamiche di essa.
Per questo e per altri fattori quali la vastità della rete, che non conosce confini spaziali e che si inserisce contemporaneamente in quadri normativi ben differenti tra loro, la regolamentazione dell’accesso e dell’utilizzo delle piattaforme è una sfida contemporanea. L’Eurobarometro 2025 riporta che per il 90% degli europei sia necessario e prioritario agire per proteggere maggiormente i cittadini dell’Unione Europea dinanzi alle crisi globali, tra cui si ravvisano temi come la difesa e la sicurezza, la tutela dei diritti umani, oltre che le problematiche connesse alle innovazioni tecnologiche e all’implementazione di sistemi IA.
Guardando ai limiti di utilizzo in base all’età in riferimento ai social media vanno distinte le condizioni generali imposte dalle piattaforme, che spesso sono tarate sulla base delle normative americane e quindi fissate generalmente sui 13 anni di età minima, e gli standard imposti da altri regolamenti territoriali. Lo standard minimo utilizzato dalle piattaforme deriva dalla normativa COPPA (Children’s Online Privacy Protection Act), introdotta nel 1998 negli USA. Si tratta di una legge che detta standard d’esempio obsoleta, se si pensa che in quegli anni i social e i telefoni come oggi intesi non esistevano nemmeno. Il diritto era rimasto indietro rispetto all’evoluzione dell’approccio a Internet e alla presenza sempre più impattante dei giovani online, fino al luglio del 2024, quando il Senato americano ha approvato KOSPA (Kids’ Online Safety and Privacy Protection Act). Si tratta di una proposta di legge approvata con appoggio bipartisan, che regolamenta l’esposizione dei minori a contenuti online suscettibili di causare danni, adottando una imposizione più restrittiva verso le piattaforme, sulle quali penderebbe il principio del “dovere di diligenza” (maggior trasparenza nell’operato orientato alla prevenzione dei danni tramite strumenti di monitoraggio), oltre che del “safety by design” (limitazione delle tecniche orientate al profitto, che possono promuovere un utilizzo massivo fino alla dipendenza, orientandosi al primario scopo della tutela della sicurezza e privacy dei minorenni).
A livello Europeo le condizioni di utilizzo prevedono un minimo di 16 anni per Whatsapp, mentre Instagram, Snapchat e TikTok si adeguano al limite COPPA di 13 anni. YouTube impone invece un consenso dei genitori sotto la maggiore età, i quali possono attivare un’interfaccia specifica per i figli minorenni (YouTube Kids).
Queste specifiche derivano dalla protezione dei dati personali in UE, disciplinata dal GDPR (Regolamento europeo sulla protezione dei dati), che impone l’accettazione del consenso degli utenti al trattamento dei loro dati, azione possibile autonomamente (secondo l’articolo 8) solo a 16 anni di età compiuti e prima spettante a chi detiene la potestà genitoriale del titolare dei dati trattati dalle piattaforme (l’utente stesso), dando la possibilità agli stati membri di fissare un’età minima tra i 13 e i 16 anni. Quindi, ad oggi non ci si “iscrive” ad un social network; per la normativa tutto si articola attorno alla gestione autonoma di profili sulla base della capacità di fornire il proprio consenso al trattamento dei dati. In Italia, con il D.Lgs 101/2028, la “maggiore età digitale” è posta alla soglia dei 14 anni.
Il problema si concretizza osservando che questo non preclude la creazione di account sui social e che l’età minima sia un requisito la cui cogenza spesso non regge nei fatti, in quanto i providers non hanno ancora implementato strumenti di verifica adeguati rispetto ad obblighi di controllo cui fa riferimento anche il Garante Privacy, nelle linee guida sull’utilizzo dei social network dei minori. Si pensi ad esempio che in UE solo Whatsapp riporta effettivamente l’indicazione d’età stabilita dal GDPR, mentre gli altri si stanziano sotto al limite minimo del range lasciato alla discrezionalità degli stati membri (13 anni contro un intervallo che va dai 14 ai 16 anni).
La Commissione europea sta adottando un approccio “armonizzato” che integri un piano di azione per la verifica dell’età in maniera omogenea all’interno degli stati membri. Questo si inserisce nella dinamica ben consolidata di creazione di account tramite date di nascita false che permettono di trasgredire ai limiti imposti dalle piattaforme. A tal proposito, la proposta avanzata riguarderebbe un cosiddetto “mini portafoglio” tramite un software open source che garantirebbe la tutela della vita privata interoperabile con i portafogli di identità generale dell’UE (eID) che saranno implementati entro la fine del 2026.
Nonostante tutte queste normative si prefiggono obiettivi utili alla realizzazione di un mondo cibernetico più sicuro per i più piccoli, alcuni apparati legislativi statali hanno evidenziato la necessità di discostarsi da standard e approcci inefficaci, per orientarsi a una legislazione differente. Tra questi, quello australiano che ha stabilito il divieto dell’utilizzo dei social sotto i 16 anni ai fini della tutela del corretto sviluppo neurologico e quello francese, che nel gennaio 2026 ha votato un disegno di legge che imporrebbe il divieto sotto i 15 anni. L’Assemblea Nazionale francese ha affermato di voler tutelare le giovani generazioni dalla manipolazione emotiva e dallo stress cognitivo generato dai meccanismi delle piattaforme, obbligando i providers ad implementare sistemi di age verification e un sistema sanzionatorio per chi viola le norme.
L’utilizzo dei Social non può essere inserito in maniera dicotomica in uno dei due estremi buono-cattivo, dovendo sottolineare l’ambiguità strutturale del web. Agli occhi dei giuristi e dei legislatori la tecnologia è neutra: non ha implicazioni morali riconducibili alla sua essenza e il giudizio può andare oltre solo a seconda del suo utilizzo. Dal punto filosofico e sociologico le implicazioni potrebbero essere differenti analizzando le caratteristiche intrinseche dell’Internet, comprese quelle criminogene. In Iperconnessi, Twenge individua 8 tratti distintivi dei membri dell’iGen: immaturi, iperconnessi, incorporei ed isolati, instabili, incerti e precari, indefiniti e inclusivi. L’autrice sottolinea come sembri ostico sottrarre gli adolescenti dall’ecosistema portatile in cui sono proiettati, tale da renderli “snombies”, gli zombie con il telefono in mano. Ma di chi è la responsabilità? E quali sono gli effetti dell’etichettamento come una generazione amorfa e assorbita dai dispositivi e spazi digitali che da essa non sono stati progettati e commercializzati?
Time To Refuse rivendica con forza la necessità di uscire dalle logiche del profitto dei canali della rete anche alla luce della volontà di sciacquarsi di dosso gli stigmi attribuiti alla propria generazione che generano una profezia che si autoalimenta, controproducente e connessa a sentimenti di ribellione e adesione all’etichetta, disconoscendo dinamiche che hanno inevitabilmente condizionato la propria esistenza ed è proprio quest’ultima di cui intendono riappropriarsi.
Il movimento invoca a scomparire da Internet, ma altri approcci moderati, sempre perlopiù provenienti dalla iGen, stanno evocando la necessità di creare spazi online che possano arricchire la propria quotidianità senza assorbirla. La consapevolezza degli effetti subiti sembra starsi diffondendo sempre di più, insieme al desiderio di dimostrare di essere in grado di essere altro oltre alla “gioventù bruciata” dell’Internet. Basta scorrere su Substack, piattaforma nata nel 2017 che sta avendo eco negli ultimi tempi, per comprendere la finalità del rilancio di questo social. Tra i vari articoli pubblicati dagli utenti, nel modello di newsletter che caratterizza il social, si rilevano alcuni pattern: ritrovare contenuti di valore, avviare discussioni su argomenti più profondi e meno connessi alla logica breve dello scrolling, riappropriarsi delle proprie soglie di attenzione, risvegliare la lettura e la fruizione di contenuti che non siano consumati in pochi secondi. L’evoluzione del social e più in generale della presenza degli utenti online, rivelerà se a prospettarsi nel futuro sia una svolta epocale o una tendenza passeggera.
Alcuni studiosi parlano di panico morale attorno alla tecnologia, che invece in un’ottica più positiva sta portando allo sviluppo di nuove competenze, come la cosiddetta digital literacy.
Le enormemente estese possibilità di divulgazione, informazione e di interazione nell’universo cyber possono conciliarsi con una potenzialità ambigua: la possibilità di costruire identità multiple e frammentate, che può ben sposarsi con istanze di indipendenza, espressione di sé e ribellione. Ma non va esclusa l’altra faccia della medaglia: il condizionamento della propria rappresentazione di sé sulla base delle aspettative altrui.
Tuttavia, alcuni aspetti positivi sono stati evidenziati nella prima edizione degli Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza, tenutasi a Bologna tra fine maggio e inizio giugno del 2025, in cui è emerso come l’apprendimento digitale ha avuto un risvolto positivo in termini di self-employment, engagement ed incentivi motivazionali, oltre che all’accesso costante a fonti di ricerca e l’individualizzazione dei processi di acquisizione della conoscenza soprattutto attraverso strumenti di IA. Malgrado ciò, l’educazione tramite l’ausilio della tecnologia, e come già sottolineato, l’abitatività online va regolamentata per non cadere in una esposizione non consapevole di cui le conseguenze negative sono già manifeste.
In conclusione, tutte queste osservazioni evidenziano la necessità di accogliere e utilizzare il digitale in termini di potenziamento, senza demonizzare e senza escludere l’osservanza dei rischi. Questa ambivalenza è sempre presente e nessuna prospettiva può essere annullata per non cadere nell’ottimismo acritico o dall’altro lato nella dimensione dell’allarmismo cronico. Di conseguenza, nonostante le nuove capacità di manovra nel digitale, di ricerca di informazioni, fino all’estensione delle comunicazioni, resta doveroso interrogarsi sugli effettivi livelli di consapevolezza attorno a un mondo, quello cibernetico, ricco di potenzialità ma anche di insidie, specialmente per i più giovani e i gruppi particolarmente esposti, dal punto di vista sociale, psicologico e talvolta anche in termini di tutele giuridiche. In aggiunta, pare evidente che la normativa si presenti frammentata, di fronte a un problema che ha effetti indifferenziati noncurante delle specifiche territoriali e approcciandosi agli utenti non come persone ma come profili da cui trarre le risorse d’alimentazione delle piattaforme stesse. Attualmente esistono degli standard (rispetto ai quali alcuni sollevano la critica di essere fissati in età troppo precoci), che comunque spesso sono aggirati. Per queste ragioni, si tratta di un fenomeno globale che, in quanto tale, richiederebbe interventi che derivino dalla cooperazione internazionale orientata alla transnazionalità, non potendo esulare dall’interazione proficua e ben predisposta tra legislatori e piattaforme.